Resoconto visita Birrificio Menaresta

Centro Breggia – 10.05.2025, ore 10.05

Per far visita a Menaresta, chicca brianzola del panorama birrario, scartiamo l’opzione pullmino e optiamo per il car-pooling; definiti gli equipaggi, si parte per raggiungere chi è andato diretto.

Arrivati in loco, la nostra guida inizia una visita ricca di dettagli in merito alle origini del birrificio, fondato dal cugino dopo qualche esperimenti casalingo ai tempi dell’università.

Il legame con il nord-Italia, e la Lombardia in particolare, è saldo per questa realtà della brianza, partendo dal nome, che null’altro è che la sorgente del più famoso fiume Lambro, passando per il logo (la “Sperada” indossata nei giorni di festa dalle donne lombarde di ogni estrazione sociale, che proprio come la birra accomuna tutti i ceti, senza distinzione). Infine due parole sul “Blabiott”, ispirato in origine al primo mastro birraio, poi partito per altri lidi, e in seguito adattato per assomigliare ad un assiduo avventore, prende il nome dalla comunità hippy che viveva nell’area del Monte Verità, sopra ad Ascona… un simpatico richiamo alla tradizione di casa.

L’impianto di media dimensione, per definizione del comproprietario, con i suoi 2000 litri di capacità produce circa 200 ettolitri di nettare birrario ogni anno, tra cui alcune perle che passano per la bottaia che visiteremo in seguito; dalla stessa nascono birre acide, ma sempre con un occhio alla bevibilità (caratteristica che contraddistingue tutta la produzione dei brianzoli).

Si passa poi agli assaggi:

  • San Dalmazzo
    D’ispirazione belga, è una delle due prime ricette sviluppate dal birrificio quando ancora era in erba, e nel tempo è mutata fino al nettare che è oggi; gusto bello fruttato, con un lato amarognolo che non dà fastidio. Sull’etichetta l’omonima chiesa della Liguria, dove i 2 comproprietari passavano le estati in gioventù.
  • PIPA – Very reflexive IPA
    Come già indicato ad inizio visita, l’universo IPA è quello più ricercato dai consumatori, pertanto Menaresta non può restare a guardare; la PIPA viene prodotta in diverse varianti, e se questa è la base, non vediamo l’ora di assaggiare il resto.
  • Odissea – IGA
    A sentire la nostra guida, questo stile in Italia sta perdendo popolarità… ed è un peccato, perché quella che abbiamo assaggiato è davvero una buon esercizio di stile, e il mosto di Lambrusco contribuisce a mantenerla beverina e bilanciata.
    Il nome è ispirato al nonno dei cugini fondatori, che quando era ancora in attività girava con la lambretta a consegnare damigiane ai produttori del già citato vino… e si chiamava Ulisse.
  • Birra Madre Seris – con aggiunta di ciliegie.
    Abbiamo la fortuna di assaggiare questa prelibatezza della casa, che ci fa scoprire un’acidità sobria ed equilibrata, che dopo il primo sorso perde l’astringenza… ma non il gusto.
  • Felina – Scottish Ale
    E concludiamo con la seconda ricetta originale di Menaresta, che, al contrario della San Dalmazio, non è cambiata di una virgola dalla notte dei tempi; è ancora la stessa gatta che prima fa le fusa, ma con i suoi insospettabili 7.5 gradi può anche graffiare.

Resta giusto il tempo di qualche acquisto ispirato mentre siamo ancora nella deliziosa tap-room di Menaresta, prima di ripartire per… bere una birra!

Infatti, a meno di 100 metri a piedi, abbiamo la possibilità di fare capolino presso il birrificio Gaia che propone, oltre a un fornito menù per pranzo, anche diverse birre…

Ma questa è un’altra visita.

Il comitato ABira.

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